Cristian Galano, fra la gioia del derby e lo strascico della mancata esultanza

Galano: il cuore e la ragione - Bari ha gioito, ma non ha ancora digerito...

di Giulio Mola

Una tifoseria per alcune settimane spaccata in due per l’unico talento vero della squadra. Da una parte gli applausi, dall’altra i mugugni. Tutta colpa di un gol “pesantissimo“, per la classifica e per il cuore. E per un’esultanza che non c’è stata. E’ la favola “agrodolce“ di Cristian Galano, 26 anni, attaccante esterno che a suon di reti sta trascinando il Bari verso una promozione rincorsa da anni. Il calciatore (scuderia di Davide Lippi) finora ha già segnato 13 reti, tanta roba davvero. La più importante quella dello scorso 26 novembre nell'atteso (da vent'anni) derby contro il Foggia, in pieno recupero. Mentre i trentamila del San Nicola erano pazzi di gioia e tutta la squadra andava a festeggiare sotto la curva, Cristian rimaneva immobile, mani basse, sguardo quasi perso. Perché il Foggia è la squadra della sua città, quella che la scorsa estate lo aveva cercato con insistenza sino all’ultimo giorno di mercato. E lui non se l’è sentita di infierire ulteriormente. In tanti non lo hanno capito, anzi qualcuno ha persino sostenuto che durante il match non si era impegnato a dovere.

Cattiverie e malignità su un ragazzo d’oro e che tratta la sfera di cuoio come pochi nel torneo cadetto. Non a caso a farlo esordire in biancorosso, il 23 maggio del 2009, fu un certo Antonio Conte. Galano fu poi protagonista della “meravigliosa stagione fallimentare“, con i galletti ad un passo dalla promozione nonostante i problemi societari. Andato via da Bari è tornato lo scorso anno, perché evidentemente voleva completare l’opera lasciata a metà. E quest’anno ci sta riuscendo. Alla grande. «E’ uno che partecipa all’azione e poi d’incanto lo trovi al posto giusto per metterla dentro, il prototipo dell’attaccante moderno - dice di lui Carlo Regalia, fra i migliori talent scout italiani e per una vita dg del Bari -. Piuttosto deve correggere un limite: a volte durante le partite tende ad immalinconirsi, fino a sembrare emarginato dal contesto e non va bene. Se si sentirà sempre protagonista raccoglierà ulteriori frutti». Tutto vero, ma al cuore certe volte non si comanda. E i calciatori, grazie a Dio, sono ancora esseri umani.