Le clausole rescissorie made in Europe, oggi dettano legge anche in Italia

Clausole rescissorie: Belotti è solo l'ultimo caso...

di Max Bambara

Negli ultimi giorni si fa un gran parlare di clausole rescissorie. Se ne parla in riferimento al prossimo rinnovo di contratto di Dybala, se n’è parlato in ordine al rinnovo di contratto di Belotti e, qualche mese fa, è stata l’argomento dell’estate dopo che la Juventus ha letteralmente soffiato al Napoli Higuain. Tutte clausole che, oggi, vengono definite folli e fuori mercato. Ma perché si è arrivati a ciò? Detto che, ormai, sono i procuratori dei giocatori, all’atto della firma sul contratto, a pretendere una clausola di uscita e che su tale volontà quasi mai i club hanno la forza di opporre resistenza, in riferimento alle clausole contrattuali altissime degli ultimi tempi, c’è da rilevare come esista un precedente storico che ha cambiato in maniera assoluta il mercato del calcio, portandolo in una dimensione nuova ed ultramoderna. Negli anni ’90, più volte è capitato di discutere fra appassionati di calcio in merito all’atipicità della Liga spagnola, lega nella quale i club inserivano obbligatoriamente, ad ogni firma o rinnovo sul contatto, una clausola di uscita per i propri giocatori. In sostanza, veniva fissato un prezzo corrispondente al valore di mercato medio (gonfiato però verso l’alto) del giocatore rinnovante. Chi voleva quel giocatore doveva quindi pagare la clausola e mettersi d’accordo con lui. Il club titolare del tesseramento nulla avrebbe potuto opporre dinanzi a questa evenienza anche se, sino al 1997, nessun club estero era andato da un club spagnolo per portar via un giocatore pagando la clausola rescissoria. Il caso Ronaldo ha invece cambiato la percezione del mercato ed i meccanismi regolanti lo stesso. Quando l’Inter, nel luglio del 1997, decise di pagare la clausola di 48 miliardi di lire dopo aver trovato l’accordo con il giocatore, l’allora presidente del Barcellona Nunez oppose una ferma resistenza. I termini della questione posta da Nunez erano legali. Il numero uno del Barcellona sosteneva infatti che la clausola rescissoria non era fino a quel momento mai stata esercitata e pertanto non erano chiari i suoi meccanismi procedurali e il tipo di efficacia della stessa. Rilevò inoltre che 48 miliardi di lire era la cifra prevista pattiziamente ai fini della risoluzione del contratto, ma che in essa non era previsto l'indennizzo economico al club. In pratica Nunez chiedeva altri soldi basando la sua richiesta sulla cosiddetta indennità di fine rapporto per le clausole valevoli all'estero e sull'addestramento del giocatore. Il contenzioso venne portato dinanzi alla FIFA che diede si ragione al Barcellona ma, in una ottica tipicamente favorevole al mercato, abbassò la richiesta iniziale di Nunez da 50 miliardi a soli 5 miliardi di lire. Alla fine poi, l’Inter trovò un accordo con il Barcellona sulla base di 3 miliardi, portando a 51 miliardi complessivi l’investimento che, nel 1997, rivoluzionò il mercato del calcio. Nunez, 3 anni dopo, travolto dall’impopolarità derivante da questa cessione, perse la presidenza del club ed uscì per sempre dal mondo del calcio. Da allora, tutti i club che mettono una clausola di uscita ad un giocatore importante, arrivano a raddoppiare, se non a triplicare, il valore di mercato medio di un giocatore. “L’effetto Ronaldo” insomma non è qualcosa di ascrivibile tipicamente soltanto al campo di gioco, ma è una locuzione atta a spiegare come 20 anni fa sia cambiato il mercato del calcio in seguito al suo trasferimento dal Barcellona all’Inter.