Fair Play Finanziario e Neymar, il mercato del calcio non può essere vincolato

I 300 milioni di Neymar e i limiti del sistema delle regole

di Max Bambara

Nel settembre del 2009, il Comitato esecutivo dell’Uefa ha introdotto il fair play finanziario, ossia una serie di norme volte a garantire l’estinzione dei debiti contratti dalla maggior parte delle società e, di concerto, emanate al fine di indurre i club, nel medio-lungo periodo, all’autosostentamento finanziario. L’obiettivo finale era quello di portare i club ad un pareggio di bilancio sostanziale. L’Uefa, di fatto, indicava alle società una via virtuosa da seguire non come scelta bensì come obbligo, pena la minaccia dell’esclusione dalle competizioni europee. Trascorsi circa 8 anni, è possibile fare un piccolo bilancio dell’introduzione del fair play finanziario e lo stesso non può che essere fortemente negativo. Il livello di indebitamento dei club non solo non è diminuito, ma è addirittura cresciuto. Le sanzioni promesse si sono rivelate acqua di rosa perché, alla fine, i club puniti con l’esclusione dalle coppe sono stati davvero pochi. Il Besiktas, a causa di debiti scaduti, il Malaga, a causa dei pagamenti arretrati degli stipendi e qualche altro club minore. Gli esempi di società in regola coi parametri del FPF sono limitatissimi. Oltre il Bayern Monaco e l’Arsenal difficile trovarne. Oggi ci si scandalizza del fatto che il Paris Saint German, un club altamente indebitato, possa pagare la clausola di Neymar al Barcellona tramite un meccanismo che gli consenta di aggirare il FPF.

In sostanza, la Qatar Investiments, società del proprietario del PSG intende far firmare un contratto a Neymar da 300 milioni come uomo immagine per Qatar 2022. Con quei soldi, Neyamar potrebbe pagarsi da solo la clausola e liberarsi dal Barcellona. Lo stesso meccanismo, seppur con cifre molto minori, è stato attuato dal Villareal per prendere il talentuoso Fornals dal Malaga non più di dieci giorni fa. La morale della favola è una sola: il principio del pareggio del bilancio e del “si può spendere solo quanto si incassa”, è un principio assolutamente corretto sul piano della sana e virtuosa gestione di un club. Non lo è più nel momento in cui da regola aurea diventa norma imposta, come tale aggirabile dai club più ricchi. L’Uefa, armata della luciferina presunzione di poter dire cosa è giusto e cosa non lo è, ha ritenuto che una normativa potesse dare credibilità e trasparenza ad un sistema che già ne aveva poche. Mai ragionamento fu più fallace. Non tocca all’Uefa infatti sindacare su queste cose. I club sono detenuti da proprietari che, nel caso di cattiva amministrazione, sono liberissimi di revocare il mandato degli amministratori in quanto pagano di tasca loro le perdite di bilancio. I mercati non sono dominabili e l’illusione che esistano normative che possano garantire dei principi è alquanto vacua ed ardita. Ogni norma infatti è aggirabile. Chissà se presto l’Uefa prenderà atto che meno pretende di vincolare il mercato, meno danni fa al sistema oppure se, viceversa, si inventerà nuove complicate ed astruse norme. Errare è umano ma perseverare, in questo caso, non sarebbe soltanto diabolico ma addirittura masochistico.