Milan, Seedorf-Inzaghi e Gattuso, come scoprire le differenze

Gattuso, l'uomo del gruppo che viene dal gruppo

di Max Bambara

Nessuno è davvero nella testa di Rino Gattuso e quindi nessuno può immaginare i suoi pensieri, ma c'è il fondato sospetto che una delle domande che più gli hanno dato da pensare durante la sua conferenza stampa di presentazione fosse quella relativa al cosiddetto “conteggio all’indietro”. Il 10 è andato male, il 9 pure, adesso c’è il numero 8. Tradotto, è andato male Seedorf, è andato male Inzaghi, il rischio è che possa andar male anche la sua esperienza sulla panchina del Milan. Non può avergli fatto piacere il riferimento anche semplicemente per un mero fatto scaramantico. Il rischio d’altronde c’è ed è reale ma, a mio parere, la situazione Gattuso è molto diversa rispetto a quella di Seedorf ed Inzaghi. C’è un aspetto infatti che differenzia Rino da loro due in maniera assolutamente marcata. Rino è stato un giocatore che ha sempre messo al centro della sua visione del mondo il concetto di gruppo, di squadra, di insieme. Seedorf e Inzaghi invece, da giocatori, sono stati due eccezionali individualisti. Professionisti impeccabili e di una scrupolosità ammirevole, ma il loro universo era prettamente individuale. Non poteva che essere così dato l’ego smisurato di Seedorf che, fino al 2002, gli aveva impedito di rimanere troppo a lungo in una squadra e che, solo grazie a Carlo Ancelotti riuscì ad amalgamarsi perfettamente nel gruppo Milan.

Filippo Inzaghi poi non è stato un giocatore come tanti: è stato una calamita sensibile al cuoio. Senza quell’individualismo sfrenato, la sua carriera di goleador non sarebbe stata così gloriosa. Nessuna volontà pertanto di sminuire due enormi bandiere rossonera. Solo la voglia di precisare una differenza. Rino non è stato dotato da madre natura di particolari talenti. Lui è diventato ciò che è lavorando su sé stesso e legandosi profondamente alla causa che sposava. Nel caso del Milan, per lui è stato agevole farlo perché era rossonero sin da bambino. Rino aveva ed ha un concetto di gruppo che Clarence e Pippo non potevano avere.

Per Rino il gruppo veniva prima di tutto. Avrebbe fatto qualsiasi cosa da giocatore per il gruppo e per la squadra. Stava male, soffriva quando le cose non andavano come avrebbe voluto. Non solo in termini di risultati, anche in termini di equilibri di campo. In pochi forse ricorderanno un Milan Siena dell’autunno 2004. Il Milan vinse 2-1 con doppietta del solito implacabile Shevchenko. Però quel Milan aveva dei problemi in campo perché non riusciva a tenere gli equilibri e i giocatori offensivi non facevano la fase difensiva con la stessa intensità della precedente stagione. Rino si presentò dinanzi alle telecamere e spiegò che bisognava crescere come squadra. Con stile, senza mancare di rispetto i compagni, ma con le doverose sottolineature che un uomo di campo deve fare. Il Milan prima di tutto, il gruppo come valore assoluto da proteggere sempre e da costruire ogni giorno. Questo era Rino Gattuso da giocatore. Ho la fondata convinzione che questa sua caratteristica potrà dargli una buona mano nei prossimi mesi, in un Milan che ha bisogno di lavorare sull’amalgama del suo spogliatoio e su una unità di intenti da parte della squadra che, finora, non è parsa forte come avrebbe dovuto essere. In questo fondamentale aspetto, Gattuso non può che partire avvantaggiato sulle precedenti esperienze di Seedorf e Inzaghi. Non è poco.

 

 

 

 

 

 

 

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