Juve, le finali di Champions insegnano, vincere non è l'unica cosa che conta

Il "vecchio" Sacchi l'aveva detto, non bisogna pensare solo a vincere....

di Max Bambara

Qualcuno la chiama maledizione; qualcun altro la definisce sfortuna. C'è poi chi si rassegna e chi, invece, pensa che la prossima volta sarà quella buona. Gli stati d'animo fra i tifosi juventini dopo la sconfitta di Cardiff sono molteplici ed hanno tutti diritto d'asilo nel mondo del calcio dove, probabilmente, non esiste una verità certa ma ci sono molte buone ragioni che andrebbero pesate in una analisi svuotata dagli isterismi, dal talebanismo del tifo e dalle prese di posizione per principio. La Juventus, il suo mondo, l'ambiente che la circonda, si erano convinti piano piano che fosse arrivato il momento giusto per alzare al cielo quella coppa tanto desiderata e così distante soprattutto quando puoi vederla da vicino, sfiorarla ma non toccarla.

Qualche mese fa ci fu una polemica fra il coraggioso Arrigo Sacchi e il coro politicamente corretto del giornalismo sportivo italiano. Sacchi aveva osato paragonare la Juventus al Rosenborg, spiegando che ai suoi tempi il Milan doveva coniugare tre verbi: vincere, convincere e divertire. La Juventus invece, oggi, deve coniugare solo il primo. Non è una differenza da poco ed a mio avviso c'è anche un altro verbo di cui a breve parlerò. Sacchi paragonava comunque due società modello sul piano operativo e gestionale che hanno scelto di darsi obiettivi diversi.

La grandezza del Milan berlusconiano infatti è stata proprio la sua capacità di non accontentarsi della vittoria, ma di volerla ricercare attraverso il gioco, la qualità, la scoperta, l'approvazione del pubblico anche non di fede rossonera. La Juventus di Agnelli invece ha nella vittoria il suo unico scopo, quasi la sua unica giustificazione esistenziale. Fondamentalmente, la vittoria per la Juve rappresenta la famosa coperta di Linus dalla quale per nessuna ragione vuole separarsi e senza la quale perde la reale dimensione di sé stessa.

Il rilievo di Sacchi era riferito proprio al cammino europeo della Juventus ed al suo gioco molto rinunciatario e poco bello esteticamente anche se molto efficace e redditizio. Tuttavia il livello medio del giornalismo italiano non riesce a guardare al dà del proprio naso ed assume il risultato come unico parametro valutativo. La prestazione, il gioco, l'estetica e la concezione della bellezza vengono visti come inutili orpelli argomentativi per vecchi sognatori. Ecco, è anche in quest'ultimo termine (il verbo sognare) che si cela il vero gap della Juventus dalle squadre che, nella storia, hanno avuto l'onore di assurgere al rango di stelle (Real Madrid, Milan, Barcellona, Liverpool e Bayern Monaco, ossia quei club che hanno conquistato 5 volte la coppa dalle grandi orecchie).

La Juventus invece non sogna. Programma, progetta, costruisce monumenti a sé stessa ed alla propria arroganza buona (quella che le permette di non sbagliare una partita contro le piccole squadre in Italia), pianifica il futuro da qui ai prossimi 5 anni con strategie magistrali. Però non sogna perché non è capace di sognare e la mancanza di questo verbo, unito ai verbi convincere e divertire, la colloca nel ruolo del secchione della classe che sa tutto quello che vede sui libri, ma non riesce ad essere il primo della scuola perché non sa andare oltre ciò che vede e ripudia la fantasia sull'altare di un nozionismo vuoto. In fondo, se ci pensate bene, la Juve, la sua sindrome europea, i suoi tormenti, sono tutti qui, nella sua cronica incapacità di declinare tre verbi fondamentali: convincere, divertire, sognare.