Quando il pallone ti assorbe totalmente, da Sacchi a Guardiola

Guardiola come Sacchi, le parentesi dei visionari che cambiano il calcio e che non possono durare a lungo

di Max Bambara

Per l’osservatore meno attento, la frase pronunciata da Guardiola sulla fine vicina della propria carriera di allenatore potrà essere suonata in maniera singolare. Perché in effetti può sembrare strano che l’allenatore che più di tutti ha segnato il calcio europeo dell’ultimo decennio, inizi a pensare al ritiro quando la sua carta d’identità dice che le primavere sono soltanto 45. Ma Pep Guardiola non è un allenatore normale. Non lo è mai voluto essere e chi ha seguito almeno un po' il personaggio non può invece stupirsi di questa sua uscita. L’ex allenatore del Barcellona infatti è un idealista del calcio. Forse, ancora oggi, è uno degli ultimi idealisti del gioco che sono rimasti. C’è un suo pensiero che scolpisce in maniera chiara ciò in cui crede fermamente: “posso vincere o perdere ma voglio farlo tenendo il controllo del pallone sempre”. In questa frase non c’è soltanto un principio tecnico; c’è l’idealizzazione più alta del gioco del calcio che viene visto come sublimazione dell’alchimia che si crea fra chi ama il pallone ed il pallone stesso. Pensate al bambino che gioca in strada fino a sera e che, se potesse, non si staccherebbe mai dal suo pallone nemmeno quando va a letto. Ecco, tradotto in termini meno ancestrali e più contemporanei, quell’amore primordiale del bambino verso il pallone viene tradotto sapientemente in quello che oggi viene soprannominato guardiolismo. Ed il guardiolismo, in tanti suoi aspetti, non è altro che la continuazione del sacchismo.

Organizzazione di squadra maniacale, efficienza, cura delle distanze tra i reparti, esaltazione della giocata individuale in un contesto collettivo: tratti assoluti di Sacchi e Guardiola, ma il prius logico che sta alla base di tutto ciò è l’amore totalizzante ed incondizionato per il pallone, un qualcosa che assorbe l’intera giornata e la maggioranza dei pensieri, fino a carpire ogni ritaglio di tempo libero perché il calcio, per entrambi, va sempre aggredito. Un pensiero così assoluto non può condurre a carriere lunghe perché logora, corrode, consuma. Guardiola tutto questo lo sa da sempre, da quando ha iniziato ad allenare, forse addirittura da quando non era ancora un allenatore e si recava, da giornalista, a vedere il Messico di La Volpe per studiare i segreti della sua uscita della palla da cui poi avrebbe tratto spunto per impostare la posizione di Dani Alves sulla linea degli attaccanti. Pep non ha voluto allenare per vincere. Troppo banale. Lui voleva lasciare un segno, trasmettere i suoi pensieri e tradure sul campo la sua visione idealista del calcio. Ce l’ha fatta in Spagna, c’è riuscito in Germania. Se riuscisse a farcela anche in Inghilterra potrebbe dire di aver concluso. Non la sua carriera, bensì la sua missione. Perché per un allenatore idealista, allenare è una missione prim’ancora che un mestiere. E’ questa la specialità di Pep Guardiola ed è per questo motivo che lui rientra già in quella cerchia ristrettissima di allenatori che si trova sull’Olimpo di coloro che hanno cambiato il calcio. Un onore, per Pep, molto più grande di qualsiasi vittoria.