Il calcio italiano e la sua crisi, la strada giusta sono le riforme, non il mercato

Calcio italiano: lavoro sul campo e riforme serie per uscire dalla crisi

di Max Bambara

Se si dà uno sguardo alla classifica del campionato, si nota come dalla prima alla nona abbiano tutte un obiettivo di classifica. Le ultime tre provano con fatica ad invertire il trend, ma lo scarto dalla quart'ultima appare troppo ampio. Rimangono così 8 squadre in Serie A che, nel girone di ritorno, stanno provando a darsi degli obiettivi immaginari, delle motivazioni nuove, tanto per dare un senso ad un campionato che potrebbe passare alla storia come uno dei più noiosi. La competizione per le zone basse è, da sempre, quella che anima un campionato e che lo rende vivo. In questa versione della Serie A 2016-17, la competizione non esiste e lo si è notato nel mercato di gennaio dove alcune squadre hanno provato a far cassa, vedasi Genoa ed Empoli, rinforzando la squadra con qualche vecchio pirata della categoria, senza eccessi di spesa e con buone plusvalenze per il bilancio. In tanti ritengono che il problema della Serie A sia il numero delle squadre: 20. Troppe per molti. Probabilmente il campionato a 18 squadre ha un fascino diverso, ma vedere il problema soltanto in uno scarto dimensionale, peraltro minimo, mi pare un errore concettuale. Personalmente ritengo invece che il problema principale della Serie A sia la Serie B e che, a sua volta, il problema grave della Serie B sia la Lega Pro. Il problema dimensionale c'è quindi, ma non concerne il numero delle squadre che partecipano alla Serie A, bensì il numero complessivo delle squadre professionistiche che, in Italia, sono 102. Troppe, decisamente troppe per un paese in piena recessione economica. Tante squadre significa tanti giocatori che, nelle serie minori, sono spesso malpagati, malgestiti e poco seguiti anche nella loro crescita didattica e tecnica. Non basta far giocare i giovani; bisogna investire su di loro e, per farlo, servono risorse sufficienti. Il problema è numerico: più squadre significa più entità fra le quali dividere le risorse. Con meno squadre, aumenterebbero le risorse e la capacità di fare calcio, soprattutto nella Serie B che, da sempre, è il vero barometro del calcio italiano. Il calcio di provincia, piaccia o meno, rimane il serbatoio del calcio di vetrina. Se funziona il primo, ci sarà una Serie A di valore. Se invece è in crisi, le squadre che saliranno dalla Serie B alla Serie A, quasi mai saranno realtà che progettano l'impresa in un arco temporale rilevante, bensì contesti medio-piccoli che, in un campionato di basso valore come l'attuale Serie B, riescono ad emergere.

Il livello del torneo cadetto si è così tanto abbassato che spesso, troppo spesso, chi sale con una buona organizzazione dalla Lega Pro riesce ad essere subito competitivo per le prime posizioni. C'è una componente agonistica intensa e prevalente che arriva quasi ad azzerare il livello tecnico del campionato stesso. Appare complicato uscire da questo cane che si morde la coda. La soluzione più logica, ossia ridurre drasticamente le squadre professionistiche (da 102 a non più di 70), trova argini e barriere proprio in quelle stesse squadre in crisi che non possono accettare di votare contro sé stesse. Mutatismutandis, è come chiedere ai politici di approvare la riduzione dei costi della politica stessa. Ogni Dracula fa fatica a rinunciare al suo sangue, anche se si tratta di una quantità minima. Questo è il ritratto del modello calcistico italiano, ma è anche il ritratto dell'Italia, un paese per gattopardi che vogliono cambiare le cose senza però mettere in discussione sé stessi. Vogliamo la tavola pronta senza fare troppa fatica e se si tratta di rinunciare a qualcosa non siamo disponibili a farlo, sperando che ci sia qualcun altro che lo faccia al posto nostro perché tanto la colpa sarà sempre degli altri. Qualche anno fa la Premier League ebbe l'idea di andare a vendere i suoi diritti in Oriente. Questo ha comportato uno spostamento delle abitudini degli inglesi perché l'incontro di cartello, quasi sempre, viene messo all'ora di pranzo in quanto il mercato orientale (quello che paga di più) va rispettato ed accontentato. Noi italiani non ci siamo mai orientati verso un modello del genere, non a caso diventa un problema anche organizzare la finale di Supercoppa all'estero. La nostra pigrizia mentale e di abitudini viene prima della convenienza e così oggi la Serie A ha ricavi televisivi che sono un quinto di quelli della Premier. La decadenza del nostro Campionato insomma, non è una conseguenza del destino cinico e baro, bensì di tante, troppe, scelte sbagliate da parte nostra. Capirlo e prenderne atto potrebbe essere il primo passo verso la soluzione del problema ma noi italiani preferiamo credere che il problema si risolva portando il campionato di Serie A da 20 a 18 squadre. In fondo, è più semplice credere che il problema sia tutto lì.